il dott . Dino Artone, presentando il nuovo corso di preparazione al test di ingresso a Medicina organizzato da Aquadro, spiega cosa vuol dire “essere medico”

Dino Artone, plurilaureato e plurispecializzato, medico-chirurgo, già Direttore Sanitario nell’Azienda Sanitaria di Latina, Docente in Tecniche della Comunicazione nella Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Diplomato in Health Services Management alla SDA Bocconi di Milano. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche in campo medico e accademico.
Essere medico
Lo scorso anno, 2022-23, oltre 65 mila giovanissimi studenti, in Italia, hanno tentato di
entrare nella Facoltà di Medicina. E nonostante gli ingressi siano stati meno di un quarto,
per via dell’accesso ‘programmato’, gli aspiranti sono stati gli stessi di ogni altro anno.
Perché? Studiare Medicina ed essere medico sembrerebbe quindi una questione di
‘vocazione’, anche se per una minore percentuale di aspiranti la scelta sarebbe motivata
da una ricerca di mercato, che vedrebbe la Medicina (a parte il classico e tradizionale
“prestigio”) come una branca in cui è sicura l’attività lavorativa e molto buona la
corrispondenza economica, con speranze concrete di incremento e di successo.
Ma come nasce una presunta o dichiarata vocazione? Gli elementi sono tanti e molto
differenziati, nella storia personale di ogni futuro medico. C’è chi ha avuto sofferenze e lutti
in famiglia, per cui vorrebbe in prima persona impegnarsi a migliorare le cose; c’è chi si
ispira a qualche medico famoso tipo Umberto Veronesi, o ad un grande medico
missionario come Albert Schweitzer, o a Medici Senza Frontiere, come fu Gino Strada.
Ma possono esserci tant’altre ragioni o motivazioni. Per esempio:
- Il nobile sentimento di aiutare le persone, curandole e salvandole;
- Fare ricerca per trovare nuovi farmaci e debellare terribili patologie;
- Seguire la tradizione di famiglia, se si ha un medico tra i familiari;
- Avere semplicemente l’ambizione di essere e sentirsi “medico”, quindi anche un po’
responsabile e ‘controllore’ di altri; - Conoscere meglio il corpo umano e contribuire a guarirlo non solo
‘farmacologicamente’
ma anche ‘chirurgicamente’ o ‘psicologicamente’.
Ecco dunque che, per “essere medico”, a parte la vocazione e l’ambizione o entrambe,
saranno necessarie almeno queste caratteristiche:
1- Predisposizione ad aiutare i nostri simili, anche a prezzo di sacrificio.
2- Tenacia e possibilmente passione per l’aggiornamento professionale continuo.
3- Capacità di pazienza e di rinuncia, dovendo sempre anteporre la propria
professione ed il proprio ruolo a ‘valori’ e contropartite secondarie.
4- Saper affrontare il dolore ed imparare ad accettarlo a lenirlo: verso pazienti, amici e
familiari, perché la sofferenza altrui sarà parte frequente del proprio quotidiano.
5- Avere la umiltà di sapere di poter sbagliare, e dunque di collaborare con colleghi ed
Istituzioni, e di far sentire sempre ai propri pazienti la propria personale presenza
ed assistenza non solo professionale, ma umana e fraterna.
6- Non far pesare mai il proprio presunto superiore ruolo professionale e sociale, in
specie verso i più umili.
7- Tenere sempre a mente il Giuramento di Ippocrate, il cui testo moderno è il
seguente (peraltro riportato presso ogni Ordine dei Medici ed Odontoiatri
Provinciali):
Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e
dell’impegno che assumo, giuro:
1 – di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di
comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà
e l’indipendenza della professione;
2- di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il
trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e
libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale
ispirerò ogni mio atto professionale;
3- di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna,
promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della
salute;
4- di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte;
5- di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi
terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, senza mai
abbandonare la cura del malato;
6- di perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia
e sul rispetto dei valori e dei diritti di ciascuno e su un’informazione, preliminare al
consenso, comprensibile e completa;
7- di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di
rispetto dell’autonomia della persona;
8- – di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina,
fondato sul rigore etico e scientifico della ricerca, i cui fini sono la tutela della
salute e della vita;
9- – di affidare la mia reputazione professionale alle mie competenze e al rispetto
delle regole deontologiche e di evitare, anche al di fuori dell’esercizio
professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la
dignità della professione;
10- – di ispirare la soluzione di ogni divergenza di opinioni al reciproco
rispetto;
11- – di prestare soccorso nei casi d’urgenza e di mettermi a disposizione
dell’Autorità competente, in caso di pubblica calamità;
12- – di rispettare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto
ciò che mi è confidato, che osservo o che ho osservato, inteso o intuito nella
mia professione o in ragione del mio stato o ufficio;
13- – di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e
prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano
l’esercizio della professione
Nel contesto anche culturale di quanto sopra, ritengo interessante e
complementare, anche sul piano emotivo ed intellettuale, proporre qui
la famosa poesia “IF” di Rudyard Kipling, riportata nella sua “Lettera a
figlio nel 1910:
IF
If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise;
If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think-and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ‘em up with worn-out tools;
If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”
If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With 60 seconds worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And – which is more- you’ll be a Man, my son!
Traduzione in italiano
SE
Se sei capace di mantenere la testa quando tutti vicino a te
la perdono, e se la prendono con te.
Se sei capace di fidarti di te stesso quando tutti gli altri ne dubitano,
ma tenendo conto anche del loro dubbio.
Se sei capace di aspettare, senza stancarti di aspettare,
O essendo accusato di falsità, non rispondere con altre falsità,
O essendo odiato, non dare modo di odiare,
Senza nondimeno apparire troppo buono, né parlare troppo saggio;
Se sei capace di sognare – e non fare del sogno il tuo padrone;
Se sei capace di pensare – e non fare del pensiero il tuo fine,
Se sei capace di incontrarti – con il Trionfo e con il Disastro
E di trattare questi due impostori appunto allo stesso modo:
Se sei capace di tollerare il sentire della verità che hai detto
Attorcigliata dai furfanti per raggirare i babbei,
O di guardare le cose per cui hai dato la vita, distrutte,
E fermarti a ricostruirle con i tuoi arnesi sciupati.
Se sei capace di fare un solo cumulo di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa o croce,
E perdere, e ricominciare ancora dall’inizio
senza mai emettere una parola sulla tua perdita.
Se sei capace di costringere il tuo cuore, nervo e tendine
nel servire il tuo intento quando da tempo sono sfiancati,
E di tenere duro quando in te non c’è più niente
Eccetto la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”,
Se sei capace di parlare alla gente e mantenere la tua virtù,
O camminare con i re, senza perdere il senso comune,
Se né i nemici né gli amici affettuosi possono ferirti,
Se tutti gli uomini contano per te, ma nessuno troppo:
Se riesci a riempire l’inesorabile minuto
con 60 secondi di corsa,
Tua è la Terra e tutto ciò che c’è in essa,
E – cosa ancora più importante – tu sarai un Uomo, figlio mio.
